Biodiversità e impresa: il Next Risk da integrare nella strategia ESG
La perdita di biodiversità è la crisi ambientale che più di ogni altra fatica a trovare spazio nell’agenda delle imprese e degli investitori. Non perché sia meno urgente del cambiamento climatico — le evidenze scientifiche indicano che stiamo attraversando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta, a una velocità cento volte superiore a quella naturale — ma perché è più difficile da quantificare, da attribuire a singole cause e da tradurre in rischi finanziari misurabili che si manifestino in un orizzonte temporale gestibile.
La pubblicazione delle raccomandazioni finali del TNFD — Taskforce on Nature-related Financial Disclosures — nell’autunno del 2023 ha segnato un punto di svolta. Il framework, sviluppato da un gruppo di lavoro composto da 40 istituzioni finanziarie e aziende di primissimo piano, offre alle imprese uno strumento sistematico per identificare, valutare e comunicare i propri rischi e opportunità legati alla natura. La logica è analoga a quella che il TCFD ha applicato al clima con straordinario successo: tradurre una crisi ambientale globale in categorie di rischio e di opportunità comprensibili per il management aziendale e per gli investitori.
Il framework TNFD si articola intorno al processo LEAP — Locate (localizzare le interfacce con la natura), Evaluate (valutare le dipendenze e gli impatti), Assess (stimare i rischi e le opportunità materiali), Prepare (definire la risposta e comunicarla). Questo processo porta le imprese a interrogarsi in modo sistematico su quali ecosistemi le loro operazioni dipendono — per materie prime, per servizi di regolazione ambientale, per la disponibilità di acqua — e quale impatto producono su di essi attraverso le proprie emissioni, i propri scarichi e la propria occupazione del suolo.
Per le imprese italiane, la rilevanza di questo tema è alta e concreta. Il sistema agroalimentare — eccellenza assoluta del Made in Italy — dipende direttamente dall’impollinazione naturale, dalla qualità del suolo, dalla disponibilità di acqua e da una miriade di servizi ecosistemici che tendiamo a dare per scontati. Il settore turistico — altro pilastro dell’economia italiana — si basa sull’attrattività di paesaggi, mari, montagne e patrimoni naturali che la perdita di biodiversità sta progressivamente erodendo. Il settore delle costruzioni impatta direttamente sulla biodiversità attraverso il consumo di suolo e l’impermeabilizzazione delle superfici.
La Commissione europea ha inserito la biodiversità negli ESRS attraverso lo standard E4, richiedendo alle imprese soggette alla CSRD di valutare la propria materialità rispetto a questo tema e di rendicontare metriche specifiche su uso del suolo, inquinamento dell’acqua e tutela degli ecosistemi. Gli investitori istituzionali più avanzati — in particolare i fondi che hanno sottoscritto i principi TNFD o quelli soggetti agli obblighi di disclosure sulla natura previsti da alcune regolamentazioni nazionali — stanno iniziando a integrare i rischi legati alla biodiversità nelle loro analisi di portafoglio.
Il Sustainability Award anticipa questa richiesta, valorizzando le imprese che hanno già iniziato a integrare la natura nella propria strategia ESG. Non si chiede alle imprese di essere perfette su questo fronte — pochissime lo sono — ma di aver avviato un percorso consapevole: aver mappato le proprie interfacce con la natura, aver identificato le dipendenze più critiche, aver definito almeno i primi obiettivi di riduzione dell’impatto. Questo livello di consapevolezza è già un segnale di maturità che il mercato saprà apprezzare sempre di più.

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